sabato 4 aprile 2015

Ciudad Juárez, Messico: l’inferno silenzioso sotto gli occhi del mondo



I venti dal Pacifico soffiano la polvere del deserto di Chihuahua sulla “cicatrice sanguinante” che a nord di Juárez separa la miseria dall’opulenza consumistica. Gli atroci miasmi prodotti dalle maquiladoras alitano su baraccopoli insalubri attraversate da rivoli nocivi, terribili discariche a cielo aperto dove il rifiuto umano convive con quello radioattivo. Un muchachito del luogo può mostrarti con orgoglio la sua casa in lamiera e cartone, «Mira el reloj!» «Mira la lampara!» «Oh, mira la flor!», indicando un’iconografia della Vergine di Guadalupe appesa alla parete. Con il volto bruno di Benito Juárez incastonato tra le lamiere metalliche del “muro de la vergüenza”, la Heroica Ciudad, una delle più tormentate al mondo, tenta disperatamente di gettare i suoi occhi dall’altra parte del muro, ma deve fare i conti con qualcosa di più grande. Dalla città della “Tia Juana” a Matamoros, una barriera di circa 3.000 chilometri segna il confine tra Messico e Stati Uniti d’America, la “cicatriz” che secondo Carlos Fuentes separa due filosofie del vivere, due opposte concezioni dell’esistente, due mondi contrapposti che inevitabilmente finiscono per attrarsi. Ciudad Juárez è la sintesi perfetta di questa opposizione tra società compenetrate e assolutamente interdipendenti, espressione di un Paese sfortunatamente “lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti”. Una città tenuta sotto scacco dai narcotrafficanti, tristemente famosa per essere “la più pericolosa al mondo”, dove il tasso di femminicidi è terribilmente inquietante. Dietro tutto questo non c’è la casualità, ma un sistema radicato di sfruttamento e abusi la cui matrice si trova oltreconfine. Si tratta dell’inferno prodotto dalle maquiladoras, e Ciudad Juárez non è altro che il suo anfratto più oscuro.

IL SISTEMA MAQUILA

Il termine “maquila” deriva dall’arabo “makíla”, vocabolo le cui origini probabilmente andrebbero ricercate nella cultura “moresca” che permeava i conquistadores andalusi. Difatti, veniva chiamata makíla la quota in grano da dare al proprietario del mulino per l’uso della macina. Oggi le maquiladoras sono industrie di assemblaggio possedute e controllate da soggetti stranieri, ubicate soprattutto nelle zone di frontiera del nord del Messico, come Ciudad Juárez, Tijuana, Nogales e Reynosa. Qui arrivano, esenti da tasse, materie prime e componenti che vengono assemblati e rispediti ai paesi d’origine. Secondo la legge messicana, i rifiuti prodotti dalle lavorazioni nelle maquiladoras dovrebbero essere rimpatriati nel Paese da cui provengono le materie prime, ma in realtà finiscono sempre nel Rio Bravo o seppelliti nel deserto, a strettissimo contatto con sobborghi operai come Rancho Anapra, Valle Dorado o Lomas de Poleo. Dal 1994, anno in cui è stato stipulato il Trattato di Libero Commercio (NAFTA) tra Messico, Stati Uniti e Canada, le maquiladoras hanno avuto un grande incremento e hanno attirato un’immigrazione proveniente soprattutto dal sud del Paese e dall’America Centrale. Spinti dal sogno di “cruzar la linea” andando oltre frontiera o dai mediocri salari promessi dalle maquiladoras, molti immigrati, nonostante tutto, partirono con la convinzione di trovare condizioni di vita migliori rispetto alla povertà e al regime di isolamento che vivevano nei loro villaggi. Oggi tutti hanno ben chiaro come funziona il meccanismo da quelle parti, e chiunque potrà dirvi, amareggiato, che «el capital es inteligente» e sa benissimo come e dove muoversi per ridurre i costi e aumentare i profitti. Ed è proprio quel bacino di popolazione in cerca di fortuna che tuttora costituisce la quasi totalità della forza lavoro all’interno delle maquiladoras. Per il capitale straniero significa manodopera a bassissimo costo, mentre per i lavoratori e le lavoratrici vuol dire ricevere quattro dollari americani al giorno per turni che vanno dalle dieci alle dodici ore lavorative. E questo è nulla senza contare i metodi violenti di sfruttamento, compresi abusi sessuali, violenze fisiche, sterilizzazioni forzate e torture d’ogni genere. Il sistema della “maquila” ha riportato le condizioni degli operai indietro di due secoli, gli stessi che rischiano l’immediato licenziamento se solo si azzardano a rivendicare diritti sindacali. In una città dove il 14% della popolazione non ha ancora un accesso diretto all’acqua potabile, la maggior parte del rifornimento idrico cittadino è utilizzato dalle maquiladoras che scaricano i liquidi putrescenti nei canali di irrigazione, per molta gente le uniche fonti possibili di approvvigionamento idrico. Ciudad Juárez è, a tutti gli effetti, la rappresentazione più turpe della contraddizione capitalistica sul globo terrestre. È lo specchio di Dedalo nel quale ogni giorno gli Stati Uniti d’America possono ammirare la loro vera immagine. È l’inciviltà applicata del “mondo civilizzato” al di là del fiume più celebrato dalla cinematografia a stelle e strisce. È il cadavere martoriato di una giovane donna sul selciato sabbioso, lasciato ai bordi di una di quelle strade che non portano mai a niente.

IL DRAMMA DEI FEMMINICIDI

Ogni settimana, a Ciudad Juárez, almeno una donna sparisce senza lasciare alcuna traccia, a meno che i rapitori non decidano di fare apparire il suo corpo senza vita con chiari segni di brutali torture, violenze carnali e asportazioni di parti del corpo. Le vittime sono quasi tutte giovani operaie delle maquiladoras, di età compresa tra i quindici e i venticinque anni. Provengono tutte da famiglie povere di immigrati e costituiscono la maggior parte della forza lavoro all’interno delle industrie di assemblaggio. Al loro interno le maquiladoras sono luoghi asettici e asfittici, vere e proprie “cliniche dell’abbandono” in cui il lavoro è senza pause e senza pietà. Ma il vero inferno inizia fuori. Negli ultimi vent’anni sono seicento le ragazze che non sono più tornate a casa dal lavoro, ma i dati ufficiali sono approssimativi e si potrebbe trattare di un numero decisamente maggiore. Nella maggior parte dei casi, i corpi ritrovati portano le tracce delle violenze estreme subite: stupro, morsi ai seni, segni di strangolamento, pugnalate, crani fracassati. Spesso il viso appare massacrato e irriconoscibile agli stessi familiari e in alcuni casi il corpo bruciato. Alcuni cadaveri sono stati ritrovati nei quartieri del centro cittadino, altri abbandonati ai cigli delle strade, tra terreni incolti in mezzo al deserto. Dietro questi efferati omicidi si celano i moventi più assurdi. Ad oggi, si ritiene che uno dei principali motivi di questi massacri sia da individuare nel fenomeno degli “snuff movies”, filmati con donne torturate e uccise lautamente ricompensati. Ma, soprattutto, questi omicidi rivelano i legami tra gli ambienti criminali e il potere politico ed economico. Molte testimonianze dimostrano che alcuni omicidi di donne sono stati commessi durante orge sessuali da uno o più gruppi di individui, fra cui alcuni assassini protetti da funzionari di diversi corpi di polizia in combutta con personaggi altolocati a livello locale. Fino ad oggi questi crimini sono rimasti impuniti e a preoccuparsi di cercare le ragazze desaparecidas sono solo piccoli gruppi di operai autorganizzati, mentre gli omicidi e le sparizioni continuano in un clima di intollerabile inerzia del governo locale che fa finta di nulla e minimizza gli accaduti. In questa porzione di globo le nefandezze e le conseguenze nefaste di un’economia di mercato senza scrupoli sono sotto gli occhi di tutti, ma la differenza sostanziale continua ad essere nella prospettiva da cui si decide di guardare il mondo e con quali occhi si sceglie di farlo.

Lorenzo Ghetti

giovedì 19 marzo 2015

"Nostra patria è il mondo intero". Discorsi sull'immigrazione con Andrea Staid

Il tema dell’immigrazione è sicuramente uno tra i più spinosi, complessi e chiacchierati all’interno dell’opinione pubblica italiana. Dalle strumentalizzazioni politiche ai pettegolezzi di bassa levatura: si sente sempre parlare di immigrazione, quasi mai, invece, ci si pone il problema di capirla. Tuttavia, anche per comprendere il fenomeno, non è sufficiente un’analisi politica. 
A tal proposito, il Collettivo Autogestito Borroka è lieto di presentare “Nostra Patria è il mondo intero”, un evento inedito, incentrato sulla comprensione del fenomeno dell’immigrazione attraverso un’analisi di tipo antropologico. 

Venerdì 20 marzo, nell’Aula Polivalente Koinè, alle ore 21,00, in via Valverde 15, sarà ospite Andrea Staid, storico, antropologo ed archivista, già autore dei libri “Gli Arditi del Popolo: la prima lotta armata contro il fascismo” (2007), “Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù” (2011) e “I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità” (2014). Il suo ultimo libro sarà oggetto di un approfondimento dettagliato. 

Andrea Staid è nato a Milano nel 1982, è redattore di “Elèuthera” e scrive per le riviste “A. Rivista Anarchica” e “Libertaria”. 
Una serata aperta a tutte/i.
Borroka - Collettivo Autogestito per l’Autonomia Operaia e Studentesca

domenica 18 gennaio 2015

Solidarietà ai compagni e alle compagne del CSA Dordoni di Cremona

Nel tardo pomeriggio della giornata di domenica 18 gennaio a Cremona, una sessantina di fascisti appartenenti a CasaPound assieme ad altri squadristi provenienti dalle località limitrofe, hanno assaltato il Centro Sociale Dordoni armati di spranghe. Un compagno è stato gravemente ferito ed ora è in pericolo di vita per un’emorragia cerebrale procurata a seguito di alcuni colpi di spranga ricevuti sul cranio. 

Come se non bastasse, successivamente si è verificata anche una carica di alleggerimento della celere sui compagni e sulle compagne del Dordoni in presidio fuori dal Centro Sociale.

Come Collettivo Autogestito Borroka, esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata ai compagni e alle compagne del Centro Sociale Autogestito Dordoni, mentre ci uniamo in un abbraccio verso il compagno gravemente ferito nella speranza che possa riprendersi rapidamente.

Condanniamo la violenza squadrista e ricordiamo che nella nostra città, dal mese di maggio dell’anno passato, i fascisti di CasaPound hanno potuto aprire una loro sede col tacito assenso delle istituzioni locali. 


Contro i fascisti mai un passo indietro. 
Antifascismo militante.  
¡No pasarán!

giovedì 8 gennaio 2015

I morti sul lavoro nel 2014

Nel 2014 sono morti sui luoghi di lavoro 660 lavoratori. Se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere si superano i 1350 morti. L’aumento dei morti sui luoghi di lavoro rispetto al 2013 è del 12,5%. In questi sei anni di monitoraggio, l’Osservatorio Indipendente ha registrato 4282 lavoratori morti sui luoghi di lavoro e oltre 9000 se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere. Intere categorie non sono monitorate dalle statistiche ufficiali, oltre 700 di queste vittime sono morte in modo atroce, schiacciate dai trattori che guidavano. Nonostante i continui appelli che l’Osservatorio ha fatto nel corso di questi anni alle Istituzioni locali e nazionali, non si è fatto nulla. E’ quindi incredibile che in questi anni si siano fatte leggi per "attenuare" la burocrazia sul lavoro in base a presunti cali inesistenti. La cosa che sgomenta di più è che si parla sempre di cali incredibili tutti gli anni, mentre non è affatto vero, se si prendono in considerazione tutte le morti sul lavoro che, ricordiamo ancora una volta, non sono solo quelle monitorate dall’INAIL, istituto dello Stato che registra solo i propri assicurati, e in tantissimi non lo sono. I morti sul lavoro non sono mai calati, e questo nonostante si siano persi, a causa della crisi, milioni di posti di lavoro. Le vittime si sono spostate da un lavoro che dispone di un’assicurazione vera ad un lavoro in nero o precario. Nel 2014 l’agricoltura con il 34,2% del totale risulta ancora una volta la categoria con più vittime. In questo comparto, il 65,5% è morto schiacciato dal trattore. Gli agricoltori morti schiacciati dal trattore sono il 23% di tutti morti sui luoghi di lavoro. Nel 2014 sono stati ben 152 e 142 da quando il 28 febbraio ho mandato una mail a Renzi, Martina e Poletti, avvertendoli dell’imminente strage che di lì a pochi giorni sarebbe ricominciata col ribaltamento dei trattori e lo schiacciamento del conducente. E’ così tutti gli anni. Si chiedeva loro di fare una campagna informativa sulla pericolosità del mezzo e di proporre una legge sulla messa in sicurezza delle cabine di questo mezzo che uccide così facilmente. Inutile scrivere che non si sono mai degnati di rispondere e che il loro impegno è tutto dedicato a togliere i diritti a chi lavora. In edilizia i morti sui luoghi di lavoro sono il 19,8 % del totale, con le solite cadute dall’alto che provocano tantissime morti. Nell’industria il 9,1 %, l’8,18 % nell’autotrasporto. Poi ci sono tutti i lavoratori morti nei vari servizi alle imprese. Percentualmente le morti sul lavoro sono distribuite in eguale misura in tutte le fasce d’età, a parte l’agricoltura, dove le vittime hanno un’età mediamente più alta. Gli stranieri morti sui luoghi di lavoro sono quest’anno il 10,1% sul totale e i romeni sono sempre i più numerosi. Le altre morti sono da ricercarsi nelle diverse attività, principalmente nel terziario.

MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO NEL 2014 NELLE PROVINCE ITALIANE

Valle d'Aosta (2 morti) Aosta 2, Piemonte (50 morti) Torino 20, Alessandria 9, Asti 4, Biella 1, Cuneo 10, Novara 3, Verbano-Cusio-Ossola 1, Vercelli 2. Liguria (10 morti) Genova 6, Imperia 1, La Spezia 1, Savona 2.Lombardia (76 morti) Milano 7, Bergamo 5, Brescia 16, Como 3, Cremona 10, Lecco 0, Lodi 2, Mantova 13, Monza 3, Brianza 1, Pavia 8, Sondrio 4, Varese 5.Trentino-Alto Adige (18 morti)Trento 6, Bolzano 12,Veneto (59 morti)Venezia 10, Belluno 5, Padova 6, Rovigo 4, Treviso 9, Verona 14, Vicenza 8. Friuli-Venezia Giulia (12 morti) Trieste 2, Gorizia 0, Pordenone 4, Udine 6. Emilia-Romagna (52 morti) Bologna 5. Forlì-Cesena 7, Ferrara 6, Modena 6, Parma 7, Piacenza 6, Ravenna 9, Reggio Emilia 3, Rimini 3.Toscana (28 morti) Firenze 2, Arezzo 8, Grosseto 3, Livorno 1, Lucca 3, Massa Carrara 1, Pisa 6, Pistoia 2, Prato 0, Siena 1.Umbria (13 morti)Perugia 8, Terni 5.Marche (25 morti)Ancona 4, Ascoli Piceno 8(compresi i 4 piloti del Tornado), Fermo 3, Macerata 5, Pesaro-Urbino 5.Lazio (42 morti)Roma 16, Frosinone 4, Latina 4, Rieti 8, Viterbo 10.Abruzzo (28 morti)L'Aquila 9, Chieti 9, Pescara 2, Teramo 8.Molise (9 morti)Campobasso 5, Isernia 4,Campania (45 morti) Napoli 12, Avellino 8, Benevento 6, Caserta 7, Salerno 12,Puglia (39 morti)Bari 15, BAT 3, Brindisi 2, Foggia 4, Lecce 9, Taranto 6.Basilicata (7 morti)Potenza 6, Matera 1. Calabria ( 17 morti) Catanzaro 3, Cosenza 5, Crotone 1, Reggio Calabria 1, Vibo Valentia 7.Sicilia(49 morti) Palermo 13, Agrigento 5, Caltanissetta 6, Catania 3, Enna 2, Messina 6, Ragusa 3, Siracusa 5, Trapani 6.Sardegna (17 morti) Cagliari 4, Carbonia-Iglesias 2, Medio Campidano 1, Nuoro 4, Ogliastra 1, Olbia-Tempio 0, Oristano 4, Sassari 0. 

Quando leggete questa terribile sequenza ricordatevi sempre che se si aggiungono anche i morti sulle strade e in itinere i morti sul lavoro sono almeno il doppio e tante vittime sulle strade muoiono per turni dove si dovrebbe dormire, per orari prolungati e stanchezza accumulata, per lunghi percorsi per andare e tornare dal lavoro. Non sono segnalati a carico delle province le morti di autotrasportatori sulle autostrade.

*Osservatorio Indipendente di Bologna Morti sul Lavoro

domenica 4 gennaio 2015

I primi 21 anni della Rivoluzione Zapatista

Messico, 1° gennaio 1994. Nella regione del Chiapas, lo Stato più meridionale e più povero del paese, l’EZLN (Ejercito Zapatista de Liberacion Nacional), un gruppo rivoluzionario indigeno formato da uomini e donne, irrompe nel panorama internazionale. Si tratta di un movimento armato clandestino di stampo marxista, libertario e indigenista che si oppone al neoliberismo e al sistema economico messicano in voga dal 1982. Attivi dal 1983, in realtà la loro è una lotta che dura da 500 anni, da quando Cristoforo Colombo, nel 1492, arrivò nelle Americhe, evento che gli indios identificano come l’inizio delle loro sofferenze attuali. Sofferenze che videro il loro apice all’inizio del XV secolo con i “conquistadores” europei, “venuti per servire Dio, il Re e per diventare ricchi”, che sterminarono e annientarono intere popolazioni indigene, tuttora costrette alla miseria e alla discriminazione sociale. Ma dal 1° gennaio del 1994, ventun anni fa, la nuova fiaccola rivoluzionaria dell’EZLN illuminò gli occhi degli ultimi e degli oppressi, dei perseguitati e dei lavoratori. Il movimento, che deve il suo nome al rivoluzionario messicano Emiliano Zapata, si opponeva all’entrata in vigore del TLC, il trattato di libero commercio appena stipulato tra Messico, USA e Canada. Sotto la guida del Subcomandante Marcos, eroe atipico dal volto coperto, non leader del movimento ma servo del popolo a cui appartiene (il prefisso “Sub” lo identifica come un comandante al di sotto del popolo sovrano), gli zapatisti occuparono cinque comuni del Chiapas, e a San Cristobal de Las Casas Marcos lesse la prima dichiarazione della “Selva Lacandona”, nella quale si dichiarava guerra al governo messicano di Carlos Salinas de Gortari, annunciando libertà, giustizia e democrazia per tutti i cittadini. Dopo dodici giorni di combattimenti, il presidente Gortari accettò il cessate il fuoco assieme alla proposta di dialogo avanzata dagli zapatisti. Ciò nonostante, l’esercito e i paramilitari continuarono negli anni a compiere atroci atti di violenza, massacrando uomini, donne e bambini delle comunità indigene. Ma il tentativo del governo di fermare l’ondata rivoluzionaria non riuscì, e dal dicembre del 1994 gli zapatisti iniziarono gradualmente a formare diversi comuni autonomi, caratterizzati dallo sviluppo di giunte di autogoverno, programmi comunitari di produzione del cibo e sistemi sanitari e scolastici gratuiti. Tutto questo era assolutamente indipendente rispetto ai servizi offerti dal governo messicano, che non prestava alcuna attenzione alla cultura, ai bisogni e alla medicina indigeni. Si formarono, inoltre, “juntas de buengobierno” (giunte di buongoverno), che vigilassero sulla comunità per evitare corruzione e abusi di potere, affinché si seguisse il dettame zapatista del “comandare ubbidendo”, dove non è più il popolo ad essere rappresentato, ma è lui stesso a rappresentarsi. “Aquì manda el pueblo y el gobierno obedece” (Qui comanda il popolo e il governo obbedisce), si può ancora leggere nei cartelli di benvenuto posti al confine dei territori dell’EZLN. Il “potere governativo” di questi comuni si pone totalmente in contrasto con quello tipicamente liberista: difatti, non esistono partiti politici, poiché ogni membro della comunità gioca un ruolo importante all’interno di un sistema di democrazia diretta e partecipata, senza dover delegare alcun rappresentante. E la presenza di un’effettiva democrazia partecipata la si trova in tutti gli ambiti della vita. Seguendo il principio marxista “Da ognuno secondo le proprie possibilità, a ognuno secondo le proprie necessità”, si sono formate le “Comisión de Tierra y Territorio”, mentre di grande importanza sono la “Comision de Honor y Justicia” e la “Comision de Ancianos”, dove quest’ultima svolge un ruolo fondamentale nella salvaguardia della cultura indigena che, tramite l’insegnamento degli anziani, viene tramandata ai più giovani. Il Chiapas è una regione estremamente ricca di risorse e la maggior parte dell’energia elettrica viene generata proprio in questa porzione di territorio. Tuttavia, i popoli indigeni sono tra i più poveri di tutto il Messico, mentre a sfruttare le risorse sono soprattutto gli Stati Uniti. Il primo obiettivo politico dell’EZLN è stato, quindi, la liberazione del Chiapas dal “malgobierno” messicano che ha svenduto alle multinazionali le risorse naturali del Paese, costringendo gli indios in condizioni di vita inaccettabili. L’EZLN è solidale non solo con gli altri popoli indios, ma anche con tutti i popoli oppressi del mondo che soffrono della mancanza dei più basilari diritti umani. Poco considerato dai mass-media e dai libri di storia contemporanea, l’esempio del Chiapas zapatista, tuttora esistente, è uno straordinario modellino perfettamente funzionante di società egualitaria, di democrazia partecipata e di resistenza al modello neoliberista in alternativa all'ordine capitalistico mondiale. Una meravigliosa esperienza rivoluzionaria di giustizia sociale, che ha i lineamenti scalfiti dell’America Latina e la poesia nella voce di un popolo che non vuole essere dimenticato.