I venti dal Pacifico soffiano la
polvere del deserto di Chihuahua sulla “cicatrice
sanguinante” che a nord di Juárez separa la miseria dall’opulenza
consumistica. Gli atroci miasmi prodotti dalle maquiladoras alitano su baraccopoli insalubri attraversate da
rivoli nocivi, terribili discariche a cielo aperto dove il rifiuto umano
convive con quello radioattivo. Un muchachito
del luogo può mostrarti con orgoglio la sua casa in lamiera e cartone, «Mira el
reloj!» «Mira la lampara!» «Oh, mira la flor!», indicando un’iconografia della
Vergine di Guadalupe appesa alla parete. Con il volto bruno di Benito Juárez
incastonato tra le lamiere metalliche del “muro
de la vergüenza”, la Heroica Ciudad,
una delle più tormentate al mondo, tenta disperatamente di gettare i suoi occhi
dall’altra parte del muro, ma deve fare i conti con qualcosa di più grande.
Dalla città della “Tia Juana” a Matamoros, una barriera di circa 3.000
chilometri segna il confine tra Messico e Stati Uniti d’America, la “cicatriz” che secondo Carlos Fuentes separa
due filosofie del vivere, due opposte concezioni dell’esistente, due mondi
contrapposti che inevitabilmente finiscono per attrarsi. Ciudad Juárez è la
sintesi perfetta di questa opposizione tra società compenetrate e assolutamente
interdipendenti, espressione di un Paese sfortunatamente “lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti”. Una città tenuta
sotto scacco dai narcotrafficanti, tristemente famosa per essere “la più
pericolosa al mondo”, dove il tasso di femminicidi è terribilmente inquietante.
Dietro tutto questo non c’è la casualità, ma un sistema radicato di
sfruttamento e abusi la cui matrice si trova oltreconfine. Si tratta dell’inferno
prodotto dalle maquiladoras, e Ciudad
Juárez non è altro che il suo anfratto più oscuro.
IL SISTEMA MAQUILA
Il termine “maquila” deriva
dall’arabo “makíla”, vocabolo le cui
origini probabilmente andrebbero ricercate nella cultura “moresca” che permeava
i conquistadores andalusi. Difatti, veniva
chiamata makíla la quota in grano da
dare al proprietario del mulino per l’uso della macina. Oggi le maquiladoras sono industrie di
assemblaggio possedute e controllate da soggetti stranieri, ubicate soprattutto
nelle zone di frontiera del nord del Messico, come Ciudad Juárez, Tijuana,
Nogales e Reynosa. Qui arrivano, esenti da tasse, materie prime e componenti
che vengono assemblati e rispediti ai paesi d’origine. Secondo la legge
messicana, i rifiuti prodotti dalle lavorazioni nelle maquiladoras dovrebbero essere rimpatriati nel Paese da cui
provengono le materie prime, ma in realtà finiscono sempre nel Rio Bravo o seppelliti
nel deserto, a strettissimo contatto con sobborghi operai come Rancho Anapra,
Valle Dorado o Lomas de Poleo. Dal 1994, anno in cui è stato stipulato il
Trattato di Libero Commercio (NAFTA) tra Messico, Stati Uniti e Canada, le maquiladoras hanno avuto un grande
incremento e hanno attirato un’immigrazione proveniente soprattutto dal sud del
Paese e dall’America Centrale. Spinti dal sogno di “cruzar la linea” andando oltre frontiera o dai mediocri salari
promessi dalle maquiladoras, molti
immigrati, nonostante tutto, partirono con la convinzione di trovare condizioni
di vita migliori rispetto alla povertà e al regime di isolamento che vivevano
nei loro villaggi. Oggi tutti hanno ben chiaro come funziona il meccanismo da
quelle parti, e chiunque potrà dirvi, amareggiato, che «el capital es
inteligente» e sa benissimo come e dove muoversi per ridurre i costi e
aumentare i profitti. Ed è proprio quel bacino di popolazione in cerca di
fortuna che tuttora costituisce la quasi totalità della forza lavoro
all’interno delle maquiladoras. Per
il capitale straniero significa manodopera a bassissimo costo, mentre per i
lavoratori e le lavoratrici vuol dire ricevere quattro dollari americani al
giorno per turni che vanno dalle dieci alle dodici ore lavorative. E questo è
nulla senza contare i metodi violenti di sfruttamento, compresi abusi sessuali,
violenze fisiche, sterilizzazioni forzate e torture d’ogni genere. Il sistema
della “maquila” ha riportato le condizioni degli operai indietro di due secoli,
gli stessi che rischiano l’immediato licenziamento se solo si azzardano a
rivendicare diritti sindacali. In una città dove il 14% della popolazione non
ha ancora un accesso diretto all’acqua potabile, la maggior parte del rifornimento
idrico cittadino è utilizzato dalle maquiladoras
che scaricano i liquidi putrescenti nei canali di irrigazione, per molta gente le
uniche fonti possibili di approvvigionamento idrico. Ciudad Juárez è, a tutti
gli effetti, la rappresentazione più turpe della contraddizione capitalistica
sul globo terrestre. È lo specchio di Dedalo nel quale ogni giorno gli Stati
Uniti d’America possono ammirare la loro vera immagine. È l’inciviltà applicata
del “mondo civilizzato” al di là del fiume più celebrato dalla cinematografia a
stelle e strisce. È il cadavere martoriato di una giovane donna sul selciato
sabbioso, lasciato ai bordi di una di quelle strade che non portano mai a
niente.
IL DRAMMA DEI FEMMINICIDI
Ogni settimana, a Ciudad Juárez, almeno
una donna sparisce senza lasciare alcuna traccia, a meno che i rapitori non
decidano di fare apparire il suo corpo senza vita con chiari segni di brutali
torture, violenze carnali e asportazioni di parti del corpo. Le vittime sono
quasi tutte giovani operaie delle maquiladoras,
di età compresa tra i quindici e i venticinque anni. Provengono tutte da
famiglie povere di immigrati e costituiscono la maggior parte della forza
lavoro all’interno delle industrie di assemblaggio. Al loro interno le maquiladoras sono luoghi asettici e
asfittici, vere e proprie “cliniche dell’abbandono” in cui il lavoro è senza
pause e senza pietà. Ma il vero inferno inizia fuori. Negli ultimi vent’anni
sono seicento le ragazze che non sono più tornate a casa dal lavoro, ma i dati
ufficiali sono approssimativi e si potrebbe trattare di un numero decisamente
maggiore. Nella maggior parte dei casi, i corpi ritrovati portano le tracce
delle violenze estreme subite: stupro, morsi ai seni, segni di strangolamento,
pugnalate, crani fracassati. Spesso il viso appare massacrato e irriconoscibile
agli stessi familiari e in alcuni casi il corpo bruciato. Alcuni cadaveri sono
stati ritrovati nei quartieri del centro cittadino, altri abbandonati ai cigli
delle strade, tra terreni incolti in mezzo al deserto. Dietro questi efferati
omicidi si celano i moventi più assurdi. Ad oggi, si ritiene che uno dei
principali motivi di questi massacri sia da individuare nel fenomeno degli
“snuff movies”, filmati con donne torturate e uccise lautamente ricompensati. Ma,
soprattutto, questi omicidi rivelano i legami tra gli ambienti criminali e il
potere politico ed economico. Molte testimonianze dimostrano che alcuni omicidi
di donne sono stati commessi durante orge sessuali da uno o più gruppi di
individui, fra cui alcuni assassini protetti da funzionari di diversi corpi di
polizia in combutta con personaggi altolocati a livello locale. Fino ad oggi
questi crimini sono rimasti impuniti e a preoccuparsi di cercare le ragazze desaparecidas sono solo piccoli gruppi
di operai autorganizzati, mentre gli omicidi e le sparizioni continuano in un
clima di intollerabile inerzia del governo locale che fa finta di nulla e
minimizza gli accaduti. In questa porzione di globo le nefandezze e le conseguenze
nefaste di un’economia di mercato senza scrupoli sono sotto gli occhi di tutti,
ma la differenza sostanziale continua ad essere nella prospettiva da cui si
decide di guardare il mondo e con quali occhi si sceglie di farlo.




