lunedì 29 dicembre 2014

Non nemici ma compagni di Lotta

La popolarità che la propaganda razzista è riuscita a conquistarsi fra le masse popolari in questi anni di lotta all’immigrazione, ha rovesciato la realtà e nascosto come stanno veramente le cose. 

Chi sono gli immigrati?  Uomini, donne e bambini provenienti da paesi sfruttati fin dai tempi del colonialismo per le loro risorse naturali e portati al collasso dalle grandi potenze europee, paesi tormentati da conflitti armati (spesso fomentati e finanziati dalle grandi potenze) e da continue violazioni dei diritti umani. Persone che investono tutti i loro averi per compiere viaggi e attraversate disumane  alla disperata e più che legittima ricerca di pace, lavoro e futuro. Popoli che hanno tutto il diritto di ricercare condizioni dignitose di vita emigrando verso l’Europa.

La  borghesia, che per scelta  mantiene in stato di clandestinità  i migranti favorendo il lavoro nero e a basso costo, contemporaneamente fomenta l’odio dell’ intera popolazione verso l’ immigrato utilizzandolo come capro espiatorio e conseguente causa della crisi nazionale. In Italia la lunga guerra contro l’ immigrazione è iniziata circa un ventennio fa ed è stata portata avanti in modo bipartisan sia dal centro-sinistra che dal centro-destra attraverso le varie leggi che hanno regolamentato l’immigrazione (Legge Martelli del 1990, L.Turco-Napolitano del 1998, L. Bossi-Fini del 2002, il “pacchetto sicurezza” del 2009 che ha introdotto il reato di immigrazione clandestina). Questi provvedimenti legislativi hanno avuto l’effetto di creare un immenso esercito di migranti “irregolari”, “clandestini”, ovvero persone che proprio in virtù di queste leggi non posso dichiararsi sul territorio italiano. Queste persone, ai fini dell’economia capitalista, costituiscono una discreta risorsa di manodopera da impiegare nei campi del Mezzogiorno d’Italia e nelle piccole imprese del nord, in condizioni di vita e di lavoro schiavistiche.  La classe dominante, attraverso i suoi giornali, tuona contro l’immigrazione clandestina, fenomeno da lei stessa creato attraverso le sue leggi.  Attraverso l’immissione nel luoghi di lavoro di persone prive di diritti e quindi maggiormente “competitive”, perché meglio sfruttabili,  si realizza maggior profitto scardinando i diritti sindacali,  preparando il terreno all’ideologia razzista, e mettendo i lavoratori italiani contro i lavoratori migranti.

Inoltre, la disperazione dei rifugiati si è rivelata un grosso affare per la borghesia. Sulla pelle di queste persone lo Stato Italiano è stato in grado di lucrare per consentire a diverse imprese di poter  realizzare grossi profitti. Le varie emergenze sono state spesso organizzate dai vari Ministri dell’Interno affidando alla Protezione Civile il coordinamento di un’accoglienza appaltata e privatizzata che, in assenza di procedure e controlli, attribuiva ad ogni impresa, cooperativa, struttura alberghiera che manifestava il proprio interesse, circa 1.400 euro al mese per ogni rifugiato ospitato. E’ ovvio che i servizi resi fossero nella maggior parte dei casi al limite del rispetto dei diritti  umani e civili. In questo contesto si inserisce la vicenda di "Mafia Capitale" che meriterebbe un lungo approfondimento, dove, tra le altre cose, è emerso - questa volta sotto gli occhi dell'opinione pubblica - che la gestione degli immigrati veniva utilizzata come mero strumento di profitto personale da parte di uomini di malaffare senza scrupoli legati in un garbuglio inestricabile fatto di cosche mafiose, organizzazioni neofasciste, cooperative ed esponenti dei partiti politici borghesi, di centrodestra e di centrosinistra.  

Una politica anti-razzista è una politica di classe. Infatti solo una politica di classe che si ponga l’obiettivo di ricostruire la sinistra a partire dai lavoratori, può sconfiggere il razzismo e farla finita con lo sfruttamento e l’odio razziale. E’ necessaria una politica che, partendo dalla rivendicazione dall’abolizione di tutte le leggi sull’immigrazione e dal diritto alla libera circolazione, arrivi all’unificazione di tutti i percorsi di lotta. E’ una strategia in grado di vincere per estendere i diritti. Occorre però generalizzare queste lotte e farle diventare la politica di una sinistra di classe.  Al posto della finta contrapposizione tra italiani e “invasione straniera”, deve  emergere quella reale tra lavoratori ipersfruttati e capitale. Uniamoci e lottiamo fianco a fianco senza distinzione di pelle, razza e cultura utilizzando le differenze come forma di arricchimento culturale e sociale.


Diritti Gay e Lotta di Classe

L’ordinanza pronunciata a Grosseto nel mese di Aprile ha dato il via alla trascrizione dei matrimoni omosessuali contratti all’estero in molti comuni italiani. Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Roma, ma anche Empoli, Fano, Livorno, Pistoia, Reggio Emilia, Udine e altre. Il risultato ottenuto, oltre alla contraddizione giuridica, è una grossa illusione politica. Secondo la legge italiana, infatti, il paradigma vigente del matrimonio è ancora quello eterosessuale. Un atto celebrato all’estero è valido in quel Paese, ma anche previa trascrizione, quello stesso atto non ha nessun effetto sul nostro ordinamento giuridico. Questa inidoneità priva la coppia dei diritti che normalmente deriverebbero da un matrimonio legalmente riconosciuto. È evidente, allora, che quello che  rimane non è altro che un atto simbolico. Atto simbolico la cui valenza politica viene minimizzata dagli attori stessi di questa commedia. La contraddizione intrinseca in tutto questo è che non è possibile considerare come una vittoria o una conquista sul piano dei diritti civili un’operazione mediatica di facciata che non arreca nessun tipo di vantaggio reale alle coppie coinvolte, che non incide minimamente nel dibattito politico nazionale riguardante questi temi e che ha il solo effetto di inibire qualsiasi tentativo di aumentare le pressioni sull’attuale governo. È irrilevante che un sindaco come Marino, per esempio, trascriva matrimoni omosessuali. Innanzitutto perchè fa parte del Partito Democratico, formazione politica dalle tendenze democristiane, e che ha dichiarato, a detta di molti dei suoi principali esponenti, la sua avversione alle tematiche "lgbtq", dimostrando nei fatti di non aver alcuna intenzione di aggiungerle all’agenda di governo scegliendo in tutta coscienza di continuare a promuovere il modello conservatore e maschilista della famiglia tradizionale. In secondo luogo, perché siamo convinti che ampliare i diritti civili riconoscendo qualsiasi tipo di matrimonio sia una scelta che implica tutta una serie di cambiamenti culturali che vanno nella direzione dell’eliminazione di qualsiasi stereotipo e nella promozione degli spazi di aggregazione e di cultura che contribuiscono ad estirpare qualsiasi reminiscenza fascista e maschilista dalla nostra cultura ancora troppo limitata ed intollerante. Da un sindaco che non si è mai schierato a favore dei centri sociali che sono stati sgomberati o degli studenti che sono stati caricati in corteo non capisco come possa arrivare un cambiamento in questa direzione. Mi sembra piuttosto che la trascrizione di questi matrimoni indebolisca ancora di più il movimento gay in Italia, già troppo multiforme e disorganico per riuscire ad incidere in maniera effettiva sulle dinamiche politiche del paese. Per questo, crediamo sia necessario non “rilassarsi” di fronte a quello che potrebbe apparire come un primo passo verso il riconoscimento giuridico delle coppie "lgbtq", ma al contrario, legare saldamente questa lotta a quella dei movimenti sociali interpretando il presente per aprire nuovi orizzonti di lotta. Il nostro presente è la società capitalista globale: il nostro punto di partenza dev’essere la comprensione dei meccanismi attraverso cui il capitalismo produce e riproduce stereotipi e oppressione di genere (qualsiasi sia il genere in cui ciascun* si riconosce, uscendo dalla dicotomia maschile - femminile) e in quali luoghi questi stessi proliferino. Questo non significa che il movimento "lgbtq" debba abbracciare qualsiasi tipo di rivendicazione, al contrario: la trasversalità di questa lotta si esaurisce di fronte agli antagonismi e alle necessità di classe. L’intreccio di oppressione di genere (sempre in senso generale), di razza, di condizione di classe che condiziona le nostre vite e le nostre forme di politicizzazione e soggettivazione, ci identifica all’interno di un preciso gruppo sociale che non ha e non deve avere niente da spartire con tutti coloro che fanno parte, che si riconoscono o che si sottomettono volontariamente alla classe dirigente e al padronato italiano che ha come unico scopo la riproduzione tale e quale di questa stessa società fondata sulle disuguaglianze e sul dominio borghese. La lotta più radicale è quella in grado di mettere in discussione insieme le varie forme di oppressione, sfruttamento e alienazione che si intrecciano all’interno della società capitalista, e in grado di unire ciò che il capitalismo frammenta.

domenica 28 dicembre 2014

"Le vene aperte dell'America Latina". Sulla normalizzazione dei rapporti tra Cuba e USA

Abito formale su sfondo sereno, linguaggio essenziale, sobrio, un’aria pulita nella stanza. “Todos somos americanos” – dice, citando José Martì – e funziona. Ridisegna la storia, se ne serve al momento giusto, ma è efficace, è impeccabile, è Barack Obama ed è così, sempre meravigliosamente adeguato. Migliaia di chilometri più a sud di quella stanza, in un ufficio fumoso, scuro, dall’arredo sicuramente discutibile e oltrepassato, va in onda un altro discorso. A parlare è Raul Castro, presidente del Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba. Non ha il carisma del fratello maggiore, ha 83 anni e legge, ma è lucido e parla con la tipica cadenza che si confonde in canto dei leader latinoamericani. C’è tutto il materiale a disposizione dei mass-media per farne teatro, così accade. Il 17 dicembre, mentre i due capi di Stato parlano al mondo, cambia la storia, ma ancora una volta sotto la frusta del capitale. Tramite un’abile perifrasi, Obama spiazza e convince l’opinione pubblica mondiale proprio nel momento di maggior crisi a livello globale del capitalismo.
LA NORMALIZZAZIONE DELLE RELAZIONI TRA STATI UNITI E CUBA
La notizia della normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, con la possibile revoca dell’embargo, rappresenta, in primo luogo, il riconoscimento da parte di Obama del fallimento delle politiche statunitensi di sottomissione e la dimostrazione che, ciò nonostante, un piccolo popolo può tenere testa alla più grande potenza imperialista della Storia, anche se questo costa più di cinquant’anni di conflitto e di “bloqueo”economico. Allo stesso tempo, se di fronte alla sconfitta della strategia d’assalto frontale si è reso conto di aver fallito, l’imperialismo cercherà ora di ricorrere ad altre tattiche senza rinunciare ai suoi obiettivi: il rispristino del dominio di proprietà privata e la distruzione delle conquiste della Rivoluzione. I toni mitigati, le strette di mano, i ringraziamenti a Papa Francesco, sono avvertimenti scenografici, tutti presupposti in direzione di una lenta penetrazione del mercato capitalistico mondiale attraverso le incrinature dell’economia pianificata. L’annuncio arriva, in realtà, dopo mesi di negoziati segreti tra i due Paesi. Come da accordo, Cuba ha rilasciato la spia statunitense Alan Gross, mentre gli Stati Uniti hanno rilasciato tre de “los 5 heroes” cubani, arrestati nel 1998 per aver raccolto notizie intorno alle azioni terroristiche in programma negli Stati Uniti da parte di gruppi anticastristi. Nel dichiarare il cambiamento di strategia politica, Obama utilizza toni paternalistici: “Decenni di isolamento di Cuba da parte degli USA non sono riusciti a raggiungere il nostro obiettivo di aiutare i cubani a costruire un Paese aperto e democratico”. Naturalmente, il riferimento al “Paese aperto e democratico” è una chiara allusione al Paese che gli Stati Uniti vorrebbero come “cortile di casa” e che Cuba è già stato prima del 1959, vero e proprio bordello per turisti nordamericani, dove la “democrazia” fungeva da foglia di fico per il dominio delle grandi multinazionali. Lo stesso tipo di “democrazia” che gli Stati Uniti d’America, nei decenni a seguire, hanno imposto e poi appoggiato in molti altri Paesi dell’America Latina.
“EL BLOQUEO”
“Prima del blocco Cuba importava dagli Stati Uniti i mezzi di trasporto, gli elettrodomestici e quasi 30.000 articoli, utili e inutili per la vita quotidiana. Le prime misure della Rivoluzione avevano aumentato il potere d’acquisto delle classi deboli che avevano scoperto il piacere di consumare. All’inizio del 1961 il mercato nero cominciava a interessare le manifatture ma non c’era ancora la percezione dello stato delle cose perché la mancanza di beni contrastava con la gran quantità di denaro in circolazione. Il 12 marzo 1962 venne imposto un drastico razionamento dei beni alimentari e più tardi vennero a mancare molti articoli di uso domestico. Il Natale del 1962 fu il primo ad essere festeggiato senza carne di maiale e torrone, con i giocattoli razionati. Ma fu il primo nella storia di Cuba in cui tutti i bambini, senza eccezione, ebbero almeno un giocattolo.”
(Gabriel García Márquez)
Prima della Rivoluzione Cubana, gli Stati Uniti controllavano il 70% del territorio e i ¾ dell’industria primaria dell’isola. Dopo la presa del potere da parte dei rivoluzionari di Fidel Castro venne varata la prima riforma agraria che aveva il compito di espropriare e ridistribuire le terre, mentre l’anno successivo iniziò la nazionalizzazione di tutte le imprese private e una serie di capovolgimenti economici e sociali a cui gli Stati Uniti risposero con misure durissime. Prima ancora dell’embargo economico, iniziato ufficialmente nel 1962col “Proclama 3447” di J.F. Kennedy, nel 1960 il presidente Eisenhower emanò provvedimenti volti a ridimensionare drasticamente i rapporti commerciali tra i due Paesi. Il progressivo avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica diede definitivamente un carattere ideologico al conflitto. Nel febbraio del 1961, Kennedy autorizzò un piano di invasione presso la Baia dei Porci che fallì clamorosamente. Questo accadimento segnò l’inizio di una lunga serie di atti di terrorismo e di sabotaggio da parte degli Stati Uniti ai danni del governo castrista, ma gli enormi progressi della Rivoluzione nell’ambito della sanità, della casa, dell’istruzione e i rapporti molto favorevoli con l’Unione Sovietica permisero a Cuba di resistere a quest’aggressione. “El bloqueo”, considerato vero e proprio “genocidio economico”, secondo il governo cubano continua a costare ogni anno alla piccola isola 685 milioni di dollari. Anche alla luce dei cambiamenti epocali dell’ordine economico mondiale, Cuba, lasciata sola in balia delle leggi del mercato globale del nuovo mondo globalizzato, ha saputo resistere non solo economicamente, ma anche politicamente alla massiccia propaganda della classe dominante a livello internazionale. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che rappresentava il collasso di un sistema burocratico impropriamente tradotto nella sconfitta universale del socialismo, ovvero dell’”altro mondo possibile”, Cuba ha continuato a rappresentare un’alternativa rivoluzionaria all’interno di un sistema che tuttora riesce ad elargire l’idea che non ci possa essere alternativa al capitalismo, nonostante si stia assistendo al suo naufragio. Ma se da un lato Cuba continua ad esistere in questo suo atto di resistenza, dall’altra, il crollo dell’Unione Sovietica ha portato sotto gli occhi di tutti il problema fondamentale della Rivoluzione Cubana: il suo isolamento. Con l’avvento al potere dellaRivoluzione Bolivariana in Venezuela nel 1998, Cuba ruppe parzialmente quest’isolamento, ma soprattutto giocò un ruolo importante nell’apertura di nuovi scenari rivoluzionari, o perlomeno progressisti, in molti Paesi dell’America Latina. Ma le condizioni sfavorevoli dell’economia cubana nel mercato mondiale hanno spinto settori consistenti della leadership castrista a considerare l’idea che la “via cinese” fosse l’unica strada percorribile, ovvero l’introduzione di relazioni di mercato in economia pur mantenendo un controllo generale da parte dello Stato su di essa. La grande contraddizione che quest’introduzione gioca all’interno dell’economia pianificata, in Cina si è tradotta nella progressiva e completa restaurazione di un regime capitalistico con la conseguente distruzione di molte delle conquiste ad opera della Rivoluzione. Ora, se anche in Italia la sinistra cosiddetta “radicale” esulta alla notizia di un’eventuale interruzione dell’embargo senza fare un’analisi degli aspetti deteriori che si nascondono dietro questa ipocrita “promessa”, significa che continua non solo ad accettare, ma anche ad appoggiare l’idea che un “capitalismo buono” possa essere l’unico modello alternativo a questo sistema. Un sistema come quello cubano, rattoppato laddove necessita dalle leggi del mercato che andrebbero ad espandersi a macchia d’olio, finirebbe per diventare un sistema sotto il controllo statunitense con la momentanea permanenza di una vecchia burocrazia. In questo scenario, l’ingerenza degli Stati Uniti a Cuba potrebbe farsi inquietante, con il rischio di riportare il Paese alle condizioni in cui versava prima del 1959, ma con un sostanziale tacito assenso a livello internazionale di chi dovrebbe difendere le conquiste della Rivoluzione ragionando su come poter modernizzare il socialismo e non su come distruggerlo, a maggior ragione davanti ad un capitalismo che con questa crisi sta manifestando le sue contraddizioni a livello mondiale.
IPOCRISIA A STELLE E STRISCE
Con lo stesso tono paternalistico il comunicato ufficiale della Casa Bianca recita: “Un punto decisivo del nostro maggiore impegno includerà un forte sostegno da parte degli Stati Uniti per il miglioramento delle condizioni dei diritti umani e delle riforme democratiche a Cuba. La promozione della democrazia sostiene i diritti umani universali attraverso la responsabilizzazione della società civile e il diritto di una persona di parlare, riunirsi e organizzarsi liberamente, sostenendo la possibilità delle persone di determinare liberamente il proprio futuro. I nostri sforzi sono volti a promuovere l’indipendenza del popolo cubano in modo che non abbia bisogno di fare affidamento sullo Stato cubano”. Un’ipocrisia che disgusta quella di un governo che è coinvolto nello spionaggio di massa dei propri cittadini, nella tortura, nella repressione, nell’uccisione di civili inermi da parte delle forze dell’ordine (spesso ancora a sfondo razzista), che parla di diritti democratici e di indipendenza mentre non si fa problemi ad invadere qualsiasi Paese non segua i suoi dettami, portando morte e devastazione. È vergognoso come il Paese che più di tutti ha succhiato per decenni il sangue dei latinoamericani, si permetta, ora, di parlare in questo modo, finendo addirittura per essere nuovamente annoverato dalla retorica dominante come esempio di democrazia. Ciò nonostante, dietro al cambio di strategia da parte del governo statunitense c’è la ragione di una funzionalità che gioca a favore di Washington, ovvero, tentare di rovesciare il processo rivoluzionario castrista non col pugno di ferro, ma attraverso “l’artiglieria pesante dei prezzi delle materie prime a buon mercato” di cui parlava Marx. Proprio il 15 dicembre, due giorni prima dell’annuncio di Obama, quest’ultimo, tramite un editoriale sul “New York Times”, aveva preannunciato quanto sarebbe accaduto due giorni dopo, con la chiosa finale del giornale newyorkese che suggeriva al governo di favorire l’ala riformista della leadership cubana in modo tale da rendere la vita facile agli imprenditori cubani per ottenere finanziamenti esterni e formazione aziendale. Ora, è evidente come questo “change” che la classe dominante degli Stati Uniti vuole vedere in Cuba è il cambiamento che va verso il completo ripristino della proprietà privata dei mezzi di produzione, portando alla distruzione delle preziose conquiste della Rivoluzione con la creazione, in un ultimo, di una “democrazia borghese” da poter controllare. Allo stesso tempo, è chiaro anche come Cuba si stia avviando verso un destino inevitabile. Sennonché, avendo resistito dopo il crollo del Muro di Berlino al “fallimento” del socialismo – [Il crollo del socialismo in alcuni Paesi non significa che abbia fallito: ha perso una battaglia (Fidel Castro)] – a maggior ragione, dovrebbe resistere ora davanti alla crisi economica del capitalismo tramite un’efficace messa in discussione del sistema in un contesto di lotte a livello internazionale, che sappiano sviluppare modelli alternativi di sistema, senza compromettersi col capitalismo legittimandolo nel momento del suo fallimento. Gli aspetti deteriori del regime castrista non possono essere in alcun modo sopperiti dai meccanismi di mercato dell’economia capitalistica: non si tratterebbe di una sconfitta squisitamente cubana, ma di tutti i popoli oppressi dell’America Latina che hanno toccato con mano la ferocia imperialista e che vedrebbero retrocedere la Storia, ancora una volta, sulla loro pelle.

mercoledì 17 dicembre 2014

La stampa borghese: tra malainformazione e cartone animato

All'indomani della contestazione alle “Sentinelle in Piedi” a Forlì, ecco come la cronaca locale ha riportato la notizia. Nella foto a sinistra, estratta da “Il Resto del Carlino”, militanti di Borroka vengono scambiati (accidentalmente?) per le “Sentinelle in Piedi”, mentre nella foto a destra, “La Voce di Romagna” sbatte in prima pagina la notizia utilizzando un titolo assurdo, deplorevole, espressione del peggior provincialismo piccolo borghese in pieno stile “fascio-sentinella”. In entrambi i casi permane l’informazione errata, tesa a relegare tutto al ridicolo e al carnevalesco. Ma di buffo, in tutto questo, c’è solo una stampa mediocre, dal linguaggio scadente e spesso sgrammaticato, totalmente asservita a determinati gruppi d’interesse, sempre in bilico tra la distorsione e l’idiozia. 

Ci pare superfluo ribadire che Borroka stava dalla parte opposta a quella delle “Sentinelle in Piedi”, ma ci premeva fare questa precisazione per evitare spiacevoli ed imbarazzanti equivoci.

mercoledì 10 dicembre 2014

Oltre il 12 dicembre: una nuova stagione di Lotta è appena iniziata




La centralità del “Jobs Act” nell’agenda del governo Renzi corrisponde proporzionalmente ad un durissimo attacco nei confronti dei lavoratori. Una riforma che rappresenta un elemento di continuità con le politiche dei governi precedenti, ma che in questa fase ci racconta soprattutto del livello di esasperazione di una componente considerevole del movimento operaio. Difatti, se da una parte assistiamo al corso reazionario di un governo antioperaio, dall’altra riconosciamo nella significativa mobilitazione di lavoratori, precari, studenti e disoccupati, un punto di cesura con la passivizzazione degli ultimi anni e uno spiraglio per l’apertura di una nuova stagione di lotta. Una stagione di conflitto che dovrà farsi di “classe”, espressione della frattura incolmabile tra due realtà differenti: se da una parte c’è la “realtà percepita”, cioè quella del teatro di posa politico, fatto di “Leopolde” e scontri bipolari tra leader subordinati al capitale (Renzi e Salvini), dall’altra c’è la “realtà oggettiva”, il “Paese reale”, fatto di lavoratori sfruttati, disoccupazione crescente, miseria e corruzione. Siamo tutti interpreti, ora, di una fase cruciale. E il monito recita, più o meno, così: non cedere ai piani padronali ma intensificare le lotte. 


Ecco perché come Borroka partecipiamo allo sciopero generale del 12 dicembre, con la prospettiva di poter prendere parte, d’ora in avanti, ad ogni tappa della stagione di conflitto assieme a lavoratori e studenti, portando il nostro contributo critico all’interno di una piattaforma plurale di lotta. Così come il 25 ottobre a Roma, o alle manifestazioni del 14 e del 21 novembre indette dalla FIOM, non scendiamo in strada per difendere qualche dirigente sindacale, ma per stabilire un rapporto diretto con studenti, lavoratori, precari e disoccupati, al fine di unire le lotte ed esortare i sindacati a prendere decisioni risolute, al contrario di quanto stato fatto finora. 

CONTRO le burocrazie sindacali, CON i lavoratori!

lunedì 20 ottobre 2014

Contro la schiavitù 2.0 del governo Renzi, costruire la lotta dal basso!

Il disegno reazionario e bonapartista del “bullo fiorentino” Matteo Renzi, colpisce studenti e lavoratori.

Da una parte, la “scuola-impresa” prevista dal “patto educativo” trasforma le scuole in tante piccole aziende in competizione tra loro. I privati che finanzieranno gli istituti scolastici potranno sfruttare il corpo studentesco attraverso stage e prestazioni lavorative non retribuite (e non tutelate) oltre che influire direttamene sulla struttura e sui contenuti della didattica, portando le scuole alla completa sudditanza rispetto alle aziende private stesse.

Dall’altra, il “Job Act” di Renzi ha un obiettivo molto chiaro: schiavizzare il lavoratore e precarizzare ulteriormente il lavoro. L’offensiva di Renzi contro lo Statuto dei Lavoratori, fa del luogo di lavoro un posto dove si è sorvegliati a distanza da nuovi mezzi tecnologici a piacimento dell'azienda, dove se a giudizio di quest’ultima non rendi abbastanza puoi essere demansionato a piacere perdendo qualifica e salario, e dove, infine, chi alza la testa e prova ad organizzare la protesta può essere sbattuto fuori all’istante.

È la lotta di classe “dall’alto”, quella di Renzi, ma può e deve fare esplodere necessariamente la lotta dal basso.


Allo stesso tempo, la CGIL, che ha convocato per il 25 ottobre una manifestazione nazionale a Roma, non può rimanere esente da critiche. È decisamente disarmante la timidezza e la pavidità con la quale il più grande sindacato italiano sta affrontando il più grave attacco al mondo del lavoro dai tempi in cui Berlusconi tentava un’analoga mossa. Oggi, come allora, è necessario che la classe lavoratrice, insieme a studenti medi ed universitari, costruisca una mobilitazione che vada oltre quella del 25 ottobre e che utilizzi strumenti davvero in grado di influenzare il dibattito politico nazionale, così come è necessario richiedere a gran voce un cambiamento nella dirigenza sindacale della CGIL, ora assolutamente inadeguata a condurre una lotta degna di questo nome. Occorre rispondere alla radicalità che calpesta i nostri diritti con forza uguale e contraria, riscoprendo metodi di lotta che colpiscano direttamente il padronato, come uno sciopero generale prolungato che interrompa la produzione a livello nazionale fino a quando non verranno garantiti diritti e tutele ai lavoratori.  


Per questo, al di là degli apparati, oltre i dirigenti, invitiamo tutti i lavoratori, gli studenti e i disoccupati a scendere a Roma il 25 ottobre: ci sono in gioco le condizioni materiali, di vita e di lavoro, di milioni di persone.

mercoledì 8 ottobre 2014

Prima Assemblea Pubblica del "Collettivo Autogestito per l'Autonomia Operaia e Studentesca"

"BORROKA" "Collettivo Autogestito per l'Autonomia Operaia e Studentesca" nasce dalla necessità di creare una nuova piattaforma di lotta, che parta dal solco dell'università per protendersi fino ai luoghi del lavoro.

Il termine "Borroka" significa "Lotta" in lingua euskera, l'idioma ufficiale dei Paesi Baschi.

Il Collettivo si pone come obiettivo principale l'unione delle lotte studentesche con quelle dei lavoratori, nella prospettiva della creazione di un unico movimento attraverso un confronto diretto e continuo.
Contro precariato, flessibilità e finanziamenti pubblici a scuole e Università private. 

Per un’istruzione pubblica, laica e gratuita.
La costruzione di un Collettivo su basi antifasciste e anticapitaliste è aperta a tutti coloro che intendono partecipare a questo percorso di militanza attiva.

Su questi presupposti, è convocata la Prima Assemblea Pubblica del Collettivo giovedì 16 ottobre, dalle ore 18.00, presso il Cosmonauta.