domenica 28 dicembre 2014

"Le vene aperte dell'America Latina". Sulla normalizzazione dei rapporti tra Cuba e USA

Abito formale su sfondo sereno, linguaggio essenziale, sobrio, un’aria pulita nella stanza. “Todos somos americanos” – dice, citando José Martì – e funziona. Ridisegna la storia, se ne serve al momento giusto, ma è efficace, è impeccabile, è Barack Obama ed è così, sempre meravigliosamente adeguato. Migliaia di chilometri più a sud di quella stanza, in un ufficio fumoso, scuro, dall’arredo sicuramente discutibile e oltrepassato, va in onda un altro discorso. A parlare è Raul Castro, presidente del Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba. Non ha il carisma del fratello maggiore, ha 83 anni e legge, ma è lucido e parla con la tipica cadenza che si confonde in canto dei leader latinoamericani. C’è tutto il materiale a disposizione dei mass-media per farne teatro, così accade. Il 17 dicembre, mentre i due capi di Stato parlano al mondo, cambia la storia, ma ancora una volta sotto la frusta del capitale. Tramite un’abile perifrasi, Obama spiazza e convince l’opinione pubblica mondiale proprio nel momento di maggior crisi a livello globale del capitalismo.
LA NORMALIZZAZIONE DELLE RELAZIONI TRA STATI UNITI E CUBA
La notizia della normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, con la possibile revoca dell’embargo, rappresenta, in primo luogo, il riconoscimento da parte di Obama del fallimento delle politiche statunitensi di sottomissione e la dimostrazione che, ciò nonostante, un piccolo popolo può tenere testa alla più grande potenza imperialista della Storia, anche se questo costa più di cinquant’anni di conflitto e di “bloqueo”economico. Allo stesso tempo, se di fronte alla sconfitta della strategia d’assalto frontale si è reso conto di aver fallito, l’imperialismo cercherà ora di ricorrere ad altre tattiche senza rinunciare ai suoi obiettivi: il rispristino del dominio di proprietà privata e la distruzione delle conquiste della Rivoluzione. I toni mitigati, le strette di mano, i ringraziamenti a Papa Francesco, sono avvertimenti scenografici, tutti presupposti in direzione di una lenta penetrazione del mercato capitalistico mondiale attraverso le incrinature dell’economia pianificata. L’annuncio arriva, in realtà, dopo mesi di negoziati segreti tra i due Paesi. Come da accordo, Cuba ha rilasciato la spia statunitense Alan Gross, mentre gli Stati Uniti hanno rilasciato tre de “los 5 heroes” cubani, arrestati nel 1998 per aver raccolto notizie intorno alle azioni terroristiche in programma negli Stati Uniti da parte di gruppi anticastristi. Nel dichiarare il cambiamento di strategia politica, Obama utilizza toni paternalistici: “Decenni di isolamento di Cuba da parte degli USA non sono riusciti a raggiungere il nostro obiettivo di aiutare i cubani a costruire un Paese aperto e democratico”. Naturalmente, il riferimento al “Paese aperto e democratico” è una chiara allusione al Paese che gli Stati Uniti vorrebbero come “cortile di casa” e che Cuba è già stato prima del 1959, vero e proprio bordello per turisti nordamericani, dove la “democrazia” fungeva da foglia di fico per il dominio delle grandi multinazionali. Lo stesso tipo di “democrazia” che gli Stati Uniti d’America, nei decenni a seguire, hanno imposto e poi appoggiato in molti altri Paesi dell’America Latina.
“EL BLOQUEO”
“Prima del blocco Cuba importava dagli Stati Uniti i mezzi di trasporto, gli elettrodomestici e quasi 30.000 articoli, utili e inutili per la vita quotidiana. Le prime misure della Rivoluzione avevano aumentato il potere d’acquisto delle classi deboli che avevano scoperto il piacere di consumare. All’inizio del 1961 il mercato nero cominciava a interessare le manifatture ma non c’era ancora la percezione dello stato delle cose perché la mancanza di beni contrastava con la gran quantità di denaro in circolazione. Il 12 marzo 1962 venne imposto un drastico razionamento dei beni alimentari e più tardi vennero a mancare molti articoli di uso domestico. Il Natale del 1962 fu il primo ad essere festeggiato senza carne di maiale e torrone, con i giocattoli razionati. Ma fu il primo nella storia di Cuba in cui tutti i bambini, senza eccezione, ebbero almeno un giocattolo.”
(Gabriel García Márquez)
Prima della Rivoluzione Cubana, gli Stati Uniti controllavano il 70% del territorio e i ¾ dell’industria primaria dell’isola. Dopo la presa del potere da parte dei rivoluzionari di Fidel Castro venne varata la prima riforma agraria che aveva il compito di espropriare e ridistribuire le terre, mentre l’anno successivo iniziò la nazionalizzazione di tutte le imprese private e una serie di capovolgimenti economici e sociali a cui gli Stati Uniti risposero con misure durissime. Prima ancora dell’embargo economico, iniziato ufficialmente nel 1962col “Proclama 3447” di J.F. Kennedy, nel 1960 il presidente Eisenhower emanò provvedimenti volti a ridimensionare drasticamente i rapporti commerciali tra i due Paesi. Il progressivo avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica diede definitivamente un carattere ideologico al conflitto. Nel febbraio del 1961, Kennedy autorizzò un piano di invasione presso la Baia dei Porci che fallì clamorosamente. Questo accadimento segnò l’inizio di una lunga serie di atti di terrorismo e di sabotaggio da parte degli Stati Uniti ai danni del governo castrista, ma gli enormi progressi della Rivoluzione nell’ambito della sanità, della casa, dell’istruzione e i rapporti molto favorevoli con l’Unione Sovietica permisero a Cuba di resistere a quest’aggressione. “El bloqueo”, considerato vero e proprio “genocidio economico”, secondo il governo cubano continua a costare ogni anno alla piccola isola 685 milioni di dollari. Anche alla luce dei cambiamenti epocali dell’ordine economico mondiale, Cuba, lasciata sola in balia delle leggi del mercato globale del nuovo mondo globalizzato, ha saputo resistere non solo economicamente, ma anche politicamente alla massiccia propaganda della classe dominante a livello internazionale. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che rappresentava il collasso di un sistema burocratico impropriamente tradotto nella sconfitta universale del socialismo, ovvero dell’”altro mondo possibile”, Cuba ha continuato a rappresentare un’alternativa rivoluzionaria all’interno di un sistema che tuttora riesce ad elargire l’idea che non ci possa essere alternativa al capitalismo, nonostante si stia assistendo al suo naufragio. Ma se da un lato Cuba continua ad esistere in questo suo atto di resistenza, dall’altra, il crollo dell’Unione Sovietica ha portato sotto gli occhi di tutti il problema fondamentale della Rivoluzione Cubana: il suo isolamento. Con l’avvento al potere dellaRivoluzione Bolivariana in Venezuela nel 1998, Cuba ruppe parzialmente quest’isolamento, ma soprattutto giocò un ruolo importante nell’apertura di nuovi scenari rivoluzionari, o perlomeno progressisti, in molti Paesi dell’America Latina. Ma le condizioni sfavorevoli dell’economia cubana nel mercato mondiale hanno spinto settori consistenti della leadership castrista a considerare l’idea che la “via cinese” fosse l’unica strada percorribile, ovvero l’introduzione di relazioni di mercato in economia pur mantenendo un controllo generale da parte dello Stato su di essa. La grande contraddizione che quest’introduzione gioca all’interno dell’economia pianificata, in Cina si è tradotta nella progressiva e completa restaurazione di un regime capitalistico con la conseguente distruzione di molte delle conquiste ad opera della Rivoluzione. Ora, se anche in Italia la sinistra cosiddetta “radicale” esulta alla notizia di un’eventuale interruzione dell’embargo senza fare un’analisi degli aspetti deteriori che si nascondono dietro questa ipocrita “promessa”, significa che continua non solo ad accettare, ma anche ad appoggiare l’idea che un “capitalismo buono” possa essere l’unico modello alternativo a questo sistema. Un sistema come quello cubano, rattoppato laddove necessita dalle leggi del mercato che andrebbero ad espandersi a macchia d’olio, finirebbe per diventare un sistema sotto il controllo statunitense con la momentanea permanenza di una vecchia burocrazia. In questo scenario, l’ingerenza degli Stati Uniti a Cuba potrebbe farsi inquietante, con il rischio di riportare il Paese alle condizioni in cui versava prima del 1959, ma con un sostanziale tacito assenso a livello internazionale di chi dovrebbe difendere le conquiste della Rivoluzione ragionando su come poter modernizzare il socialismo e non su come distruggerlo, a maggior ragione davanti ad un capitalismo che con questa crisi sta manifestando le sue contraddizioni a livello mondiale.
IPOCRISIA A STELLE E STRISCE
Con lo stesso tono paternalistico il comunicato ufficiale della Casa Bianca recita: “Un punto decisivo del nostro maggiore impegno includerà un forte sostegno da parte degli Stati Uniti per il miglioramento delle condizioni dei diritti umani e delle riforme democratiche a Cuba. La promozione della democrazia sostiene i diritti umani universali attraverso la responsabilizzazione della società civile e il diritto di una persona di parlare, riunirsi e organizzarsi liberamente, sostenendo la possibilità delle persone di determinare liberamente il proprio futuro. I nostri sforzi sono volti a promuovere l’indipendenza del popolo cubano in modo che non abbia bisogno di fare affidamento sullo Stato cubano”. Un’ipocrisia che disgusta quella di un governo che è coinvolto nello spionaggio di massa dei propri cittadini, nella tortura, nella repressione, nell’uccisione di civili inermi da parte delle forze dell’ordine (spesso ancora a sfondo razzista), che parla di diritti democratici e di indipendenza mentre non si fa problemi ad invadere qualsiasi Paese non segua i suoi dettami, portando morte e devastazione. È vergognoso come il Paese che più di tutti ha succhiato per decenni il sangue dei latinoamericani, si permetta, ora, di parlare in questo modo, finendo addirittura per essere nuovamente annoverato dalla retorica dominante come esempio di democrazia. Ciò nonostante, dietro al cambio di strategia da parte del governo statunitense c’è la ragione di una funzionalità che gioca a favore di Washington, ovvero, tentare di rovesciare il processo rivoluzionario castrista non col pugno di ferro, ma attraverso “l’artiglieria pesante dei prezzi delle materie prime a buon mercato” di cui parlava Marx. Proprio il 15 dicembre, due giorni prima dell’annuncio di Obama, quest’ultimo, tramite un editoriale sul “New York Times”, aveva preannunciato quanto sarebbe accaduto due giorni dopo, con la chiosa finale del giornale newyorkese che suggeriva al governo di favorire l’ala riformista della leadership cubana in modo tale da rendere la vita facile agli imprenditori cubani per ottenere finanziamenti esterni e formazione aziendale. Ora, è evidente come questo “change” che la classe dominante degli Stati Uniti vuole vedere in Cuba è il cambiamento che va verso il completo ripristino della proprietà privata dei mezzi di produzione, portando alla distruzione delle preziose conquiste della Rivoluzione con la creazione, in un ultimo, di una “democrazia borghese” da poter controllare. Allo stesso tempo, è chiaro anche come Cuba si stia avviando verso un destino inevitabile. Sennonché, avendo resistito dopo il crollo del Muro di Berlino al “fallimento” del socialismo – [Il crollo del socialismo in alcuni Paesi non significa che abbia fallito: ha perso una battaglia (Fidel Castro)] – a maggior ragione, dovrebbe resistere ora davanti alla crisi economica del capitalismo tramite un’efficace messa in discussione del sistema in un contesto di lotte a livello internazionale, che sappiano sviluppare modelli alternativi di sistema, senza compromettersi col capitalismo legittimandolo nel momento del suo fallimento. Gli aspetti deteriori del regime castrista non possono essere in alcun modo sopperiti dai meccanismi di mercato dell’economia capitalistica: non si tratterebbe di una sconfitta squisitamente cubana, ma di tutti i popoli oppressi dell’America Latina che hanno toccato con mano la ferocia imperialista e che vedrebbero retrocedere la Storia, ancora una volta, sulla loro pelle.

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